Il maestro del gotico italiano
Paola Casella

 

“Mi piacciono molto i film di Mario Bava nei quali non c’è praticamente storia, solo atmosfera, con tutta quella nebbia e le signore che camminano lungo i corridoi: una sorta di gotico italiano”. L’ha scritto nientemeno che Martin Scorsese nell’89, all’interno della sua mitica autobiografia Scorsese secondo Scorsese, edita in Italia da Ubulibri. Ed è uno dei primi segnali di quanto il lavoro di Bava, secondo molti il più grande regista horror italiano, secondo alcuni il più grande in assoluto, sia stato più apprezzato all’estero che in Italia, e sia diventato la fonte di ispirazioni di molti maestri della settima arte, al di qua ma soprattutto al di là dell’oceano.

Ora una biografia ricca e divertente, Kill baby kill! Il cinema di Mario Bava (edita da Un Mondo a Parte) collega i tanti punti (e le tante voci) a formare il ritratto sfaccettato di un artigiano del cinema diventato, quasi suo malgrado, un artista. A raccontarlo, oltre a molti italiani illustri (da Mario Monicelli a Dario Argento a Dino De Laurentiis) ci sono anche molti stranieri come Roger Corman (che fece conoscere Bava a Scorsese), Quentin Tarantino, John Landis, Tim Burton, Roman Coppola (il figlio di Francis) e Joe Dante (che ha scritto l’introduzione al volume).

Gli autori del saggio – Gabriele Acerbo, giornalista e firma televisiva di programmi come Target e Report, e Roberto Pisoni, senior producer dei canali di cinema di Sky nonché regista, insieme ad Acerbo, del documentario Mario Bava – Operazione paura – sono andati a scavare nella carriera e nella personalità del loro soggetto, effettuando svariate interviste esclusive che ne danno un ritratto composito da tante prospettive diverse. Inoltre il saggio ripesca una vecchia intervista televisiva di Bava che consente di entrare nella dimensione privata del regista, e quello che ne emerge è un personaggio che, come i comici tristi, è l’opposto di ciò che uno si aspetterebbe: il master of horror era, ad esempio, un genitore amabile e presente (e il figlio Lamberto, regista a sua volta, ha voluto presentare personalmente Kill baby kill! a Roma).

Leggiamo così di un italiano tipico nell’arte di arrangiarsi con denari risicati (Fulvio Lucisano racconta come Bava fosse il regista ideale per un produttore perché spesso restava volontariamente al di sotto del budget, facendo comunque sembrare il film molto più “ricco” di quanto non fosse) e tirare fuori la creatività e il “genio italico” proprio dalle ristrettezze, dalle avversità, trasformandosi in un inventore, un pittore (nessuno come lui ha saputo usare il colore nel cinema con altrettanto coraggio, violenza, sfacciataggine), un prestigiatore capace di creare effetti speciali ante litteram: il saggio descrive come, ad esempio, gli bastassero pochi cocci di vetro e un abile gioco di luci per creare artifici psichedelici suggestivi (e si sa che Roman Coppola, uno degli intervistati, si è ispirato a La maschera del demonio per gli effetti speciali fin de siècle di Dracula).

Mario Bava era uno che si sporcava le mani, con i generi (non solo l’horror e il giallo ma anche il peplum e la fantascienza), con gli attrezzi di scena, con le paturnie degli attori, con la spocchia dei critici italiani, che cominciano a capirlo solo ora, molto dopo i loro colleghi stranieri. In Italia adesso se ne parla più spesso, ma per vezzo intellettuale post-Kill Bill per non dire per moda. Invece Kill baby kill! è il lavoro di due autori che conoscono davvero (e non da ora) il loro soggetto, che non si fermano alla superficie e vanno ad indagare il personaggio e la sua cinematografia a 360°, con passione e rigore, con sincera curiosità cinefila e umana. Una curiosità: il titolo del saggio è quello anglosassone del film Operazione paura che vede una ragazzina nei panni di una presenza demoniaca: a lei si è ispirato Martin Scorsese quando ha voluto che fosse una ragazzina ad incarnare il demonio ne L’ultima tentazione di Cristo.