Anna Mazzamauro: l’irresistibile Signorina Silvani

 

 

 

Il suo debutto ufficiale su uno schermo, se non sbaglio, fu televisivo, in un episodio del Commissario Maigret…

 

Ah, sì, ero proprio una bambina… Sì, con Gino Cervi.

 

Però lei nasce come attrice di teatro…

 

Sì, Fantozzi viene molto dopo all’interno della mia carriera, io avevo già fatto molto teatro. Nasco come attrice di teatro, ma per me non fa molta differenza recitare per il cinema o in teatro, diciamo che mi piace di più fare teatro perché io sono più un animale da palcoscenico. Poi, io non sono bravissima al cinema…

 

Ma non è vero…

 

Lo so che sembra detto apposta, ma già in una precedente intervista avevo detto che molte mie colleghe, o colleghi, che non hanno molta dimestichezza con il cinema, affermano spesso che il cinema non le ha scoperte, in realtà, però, sono convinta che per recitare al cinema bisogna essere in grado di recitare con un occhio solo, esprimere le grandi emozioni da un occhio solo. In teatro è diverso, si deve avere l’appartenenza totale della propria fisicità alle battute. Io sono stata fortunata a incontrare la Silvani, perché è un frutto grottesco, sia a livello fisico che recitativo. Non c’è bisogno, nella sua recitazione, della calma del fisico, bensì, al contrario, dell’agitazione del fisico, quindi, io non ho dovuto fare altro che credere di recitare in teatro, per dare un senso ancora più grottesco al tutto. Certe esasperazioni del personaggio sono frutto di quella che io chiamo agitazione fisica propria del teatro. In teatro, devi arrivare fino all’ultima poltrona della galleria e non puoi recitare a labbra chiuse e a occhi semiaperti, deve essere tutto spalancato… L’attore teatrale dispensa emozioni anche con la sua fisicità!

 

E i tempi comici sono gli stessi?

 

Sì, non esiste differenza, chi sa far ridere, fa ridere ovunque, anche nella vita, forse in quella di meno, però… Nel quotidiano si è spiritosi. La comicità è, comunque, un dono, la si ha o non la si ha,… scaturisce dalla capacità di essere prima auto-ironici e poi ironici. Non si può prendere in giro qualcuno se non si comincia da se stessi…

 

Lei è approdata al cinema nel 1967…

 

Non lo so, non me lo chiedere…

 

Ripercorriamo assieme le tappe della sua carriera artistica, il suo primo film è stato Pronto… c’è una certa Giuliana per te?...

 

Oh, sì, che orrore… Che poi non era un orrore, ma sai, io detesto non essere la protagonista e quella fu una piccola cosa… Io ero sposata da poco e mio marito era lo scenografo del film. Lo andai a trovare e… Il regista era Massimo Franciosa e mi chiese di parteciparvi, così, per inaugurare la mia carriera cinematografica, e così ho inaugurato, con questa parte da insegnante… Non è che mi interessasse molto.

 

Bè, però, come dire, ha rotto il ghiaccio…

 

Sì, ma a pezzetti…in maniera molto scomposta, senza amore. Io amo molto amare le parti, scusa il gioco di parole, non faccio mai casualmente qualcosa, faccio delle scelte precise, che nascono da un desiderio interiore. Quel film fu un passaggio. Simpatico, ma un passaggio.

 

Poi Il bestione, Prendimi, straziami che brucio di passione e Fantozzi. Fu lo stesso Salce a contattarla?

 

No, c’è una piccola, grande storia dietro. Piccola per gli altri, grande per me. Quando ero piccola facevo anche il doppiaggio e la mattina, fresca come una rosa, alle nove, dopo aver fatto il cabaret fino alle tre di notte, ero orrendamente pronta, per dirlo alla Fantozzi, per il doppiaggio. Mi ricordo che facevo cabaret in coppia con Oreste Lionello e fu lui a portarmi alla CVD, una società di doppiaggio. Un giorno dovevo doppiare il film “Roma” di Fellini e lui voleva che doppiassi per forza una signora di ottant’anni, adesso non ricordo la scena… Sai, non portai a termine il doppiaggio, quindi… Io, essendo giovanissima, gli dissi che potevo anche sforzarmi ma tecnicamente non sarei mai riuscita ad avere la spontaneità di una voce così anziana. Lui non si arrabbiò però mi disse:”Signorina Mezzamauro, lei può fare molto di più!”. Io non so se fosse spiritoso o meno, non lo conoscevo, però m’incazzo sempre con quelli che storpiano i cognomi degli altri, che li prendono in giro, così andai verso il vetro del doppiaggio e gli risposi:”Dottor Felloni, sa che le dico? Io me ne vado!”. Sbattei la porta e me ne andai. Vicino a Fellini, o a Felloni,  c’era Maurizio Mein, l’aiuto-regista, che adesso, purtroppo, non c’è più, che memorizzò l’immagine di questa giovane attrice che aveva osato dare del Felloni a Fellini…

 

Molto audace…

 

Sì, ma io l’ho fatto di rimando…Io non avrei mai osato, però se la cercò. Quando Mein lasciò Fellini, dopo tanti anni di collaborazione, per Salce e il suo “Fantozzi”, durante le fasi di preparazione, quando si cercavano i “mostri parlanti”, si ricordò di me, lodandomi con Luciano e suggerendomi per una parte. Mein era molto bravo, molto di più di un semplice aiuto-regista. Io avevo già lavorato con Salce in teatro, nell’Uovo di Marceau, insieme ad Albertazzi, e lui si ricordò di me. Il mio agente cinematografico, allora disoccupato per colpa mia, una mattina, alle nove circa, mi chiamò - preciso che chiamarmi a quell’ora è come chiamare il papa alle tre di notte - e in un fiume di parole, scomposte, mi disse che c’era la possibilità di una parte da protagonista per “Fantozzi”, e giù uno sproloquio di nomi: Villaggio, Salce… Mi riaddormentai senza dargli troppo peso, ma al risveglio una parola me la ricordai: protagonista! Una parola che colpisce tutti gli attori, senza neanche sapere il nome del personaggio che andranno ad interpretare… Mi sembrò curioso lavorare per il cinema, però era l’epoca che nun c’avevo ‘na lira e quindi… Non che adesso sia ricca, però, all’epoca, ero agli inizi della carriera…

 

Guadagnò bene con il ruolo della Silvani?

 

Sì, ma questa non è una domanda artistica…

 

Sì, lo so, era per scoprire un po’ l’evoluzione dei cachet negli anni…

 

Bè, non ci sono differenze dall’epoca a oggi, se interessi ti pagano bene, se non interessi ti mettono la scusa che nun c’hanno ‘na lira. Ma non decisi di diventare la Silvani per soldi… Comunque, nel ricordarmi della parola “protagonista”, cominciai a pensare a come vestirmi per il provino, e non avendo molti soldi temevo di poter finire abbigliata in una maniera non troppo adeguata. Mi ricordai di “Via col vento”, quando Rossella O’Hara  riceve l’invito a pranzo di Rhett e si fa fare da Mamy un vestito con le tende di velluto. Io mi misi una tovaglia di pizzo fatta da mia madre, il cappellino, i tacchi alti per alzare, diciamo, lo spirito… Poi indossai quelle spallone che andavano di moda all’epoca. Sono andata da Salce, ho aperto la porta, ma lui, che mi aveva chiamato per assegnarmi la parte della moglie di Fantozzi, mi ha guardato un po’ smarrito e mi ha detto:”Oh Dio, Anna, ti ricordavo più brutta…” e allora mi ricordo che l’attrice ha vinto sulla donna. Ho levato il cappello, ho levato la tovaglia di pizzo, i tacchi alti, me s’è abbassato tutto, ho tolto le spallone dicendo  queste sembrano spalline, in realtà è una gobbetta, io posso recitare il “Riccardo III” -  “Ora l’inverno del nostro scontento…” - per quanto ero determinata,  e allora lui e Villaggio si sono riuniti in camera caritatis e mi hanno scelto per il ruolo della Silvani, l’amante di Fantozzi. Ero troppo bella per la parte della moglie…Mi sono rimessa i tacchi e con quei tacchi sono entrata nel mondo del cinema. Ecco, questo è l’aneddoto, che ha un minimo di verità e un massimo di appoggio da parte mia, drammaturgicamente, per mettere in evidenza, però, delle verità, perché veramente mi aveva chiamato per la parte della moglie e temeva che io fossi troppo bella. Così ho cominciato questa avventura che fortunatamente e sfortunatamente ha segnato la mia carriera. Fortunatamente, perché, anche se non subito, nel tempo, con il  continuo approccio a questo personaggio, più o meno ogni due anni, la Silvani è diventata una sorta di cartone animato, un po’ Minnie, un po’ Paperina…

 

Come direbbe qualche giovane, un personaggio mitico…

 

Sì, mi diverte molto quando m’incontrano e mi dicono:”Mi-ti-ca!”… Non riesco mai a comprenderne appieno il senso, se penso al mito degli dei, è un po’ esagerato il mito della Signorina Silvani, però l’accetto molto volentieri. Una parola molto affettuosa. Quindi, “fortunatamente” perché mi ha dato il successo, però, siccome viviamo in Italia, non che io sia esterofila, quando esci con un personaggio è quasi matematico che te ne attribuiscano altri analoghi, con lo stesso taglio, e allora ho dovuto lottare moltissimo, perché amando il teatro, volevo inizialmente “sfruttare” questa Signorina Silvani perché facesse da specchietto per le allodole. E c’era una sorta di dicotomia tra lei e quello che io volevo fare, perché, poi, il passaggio al teatro è stato molto più importante, il mio sogno era di fare Elettra, Medea… come tutte le attrici che si rispettino, e non mi sono mai arresa, perché molti attori, in Italia, si arrendono ai personaggi con i quali vincono. Io ho avuto la forza e la volontà di dimostrare che attore significa poter affrontare la Silvani e affrontare Medea. Mi sono permessa di recitare il Cirano, unica donna al mondo, e quindi la gente, a poco poco, mi ha accettato, attraverso una fatica, una lentezza, perché quando un attore affronta un certo tipo di  personaggio spesso è convinto che quello sia il suo personaggio, pensa di essere arrivato, ma non è vero, se si ha successo in teatro è solo attraverso piccoli gradini, passaggi, questa è la vera carriera. E non è un modo anacronistico di vedere le cose, perché, poi, tanti sprovveduti o poveracci, che escono fuori con le varie fiction, non sanno che la gente dimentica subito. Alla prossima fiction si ricorderanno del nuovo bellone… Chi, invece, riesce nelle fiction, è soltanto quell’attore o quell’attrice che già ha stratificato la propria carriera e che conferma la sua bravura anche attraverso le fiction. Se io avessi pensato di essere arrivata, una volta recitato il ruolo della Silvani, sarei diventata, “magari!” dici tu, la Tina Pica degli anni settanta. Ma non era quello che mi interessava, con tutto il rispetto per la Signora Tina Pica.

 

Quanto spazio le dava Luciano Salce per personalizzare il personaggio della Signorina Silvani?

 

Luciano Salce era un regista formidabile che, però, come la maggior parte dei registi, badava alla totalità del film e questo è grandioso, perché significa essere attenti a tutto, alle luci, alla scenografia, al mare, al cielo, se è troppo azzurro in quel momento, al mare che sia nebbioso al punto giusto… È faticoso essere registi cinematografici. Io non saprei da che parte cominciare. Quindi l’attenzione verso gli attori è direttamente proporzionale alla loro bravura. Il regista è grande quando intuisce che questo o quell’altro attore ha già in sé le possibilità di essere quel personaggio, e così gli concede libertà di recitazione, guidandolo dal punto di vista macchina, dandogli  primi piani o meno. Io, probabilmente, avevo già la Signorina Silvani in me, è bastato poco per scoprirla, mi divertiva, ce l’avevo dentro di me, forse perché mia madre era impiegata al ministero delle finanze, mah! Adesso ti racconto una cosa che conoscono in pochi, frutto delle mie ultime scelte… Io ho sempre avuto paura della Signorina Silvani, proprio per i motivi che ti ho detto, paura che inficiasse il mio teatro, soprattutto il teatro al quale tengo, ma attraverso gli anni ho potuto dimostrare che la Signorina Silvani è un altro aspetto del mio essere attrice, quindi, adesso, avendo superata la paura, posso raccontarla e sto scrivendo uno spettacolo teatrale intitolato:”Quella merdaccia schifosa della Signorina Silvani”. Speriamo che il pubblico reagisca come te, ridendo. Il titolo c’è, il debutto è previsto per la prossima estate, adesso sto ancora facendo, come tu sai, “Fantasma d’amore” di Neil Simon. Vedi, sto facendo Neil Simon e la prossima estate farò la Signorina Silvani, perché ormai è un personaggio da analizzare, non è più un personaggio da averne paura. Questi piccoli, grandi racconti che ti sto facendo, li ritroverai nello spettacolo, non far credere agli altri di esserteli inventati!...

 

(Alberto Pallotta)

 

 … continua…