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Diluvio da fine del mondo, un albero mezzo sommerso, un
gatto che affoga, un uomo che dà grandi bracciate, altri due che parlano con
l'acqua all'ombelico. «Compagno, piove». «Compagno, sull'Unità non c'è
scritto!». «Compagno, hai ragione. Chiudo l'ombrello e viva Togliatti!».
Altra vignetta. «Compagno, ho pestato una cacca!». «Compagno, sull'Unità non
c'è scritto!». «Allora lecchiamo, compagno. Viva Togliatti!».
Disegnini caricati, battute ingenue. Il veleno si annida nei dettagli, e si
moltiplica nel tormentone. I dettagli: gli occhiali spessi da miope
dell'omino che non vede oltre l'Unità perennemente brandita, e ha
sempre un braccio sollevato e l'indice puntato da grillo parlante; e poi la
ridondanza di figurette di contorno, il «lombrico russo», il «gatto del
Volga», il quadro di Baffone con la scritta «Stalin è molto bello», e
l'uccellino che controinforma, con un cartello nel becco, «Io ho visto
Stalin: è brutto».
La serie «I due compagni» - a metà tra Guareschi e (un'anticipazione di)
Jacovitti, burla maligna di un certo fondamentalismo comunista - usciva nel
'46 sul foglio satirico Il Travaso. Autore un certo «Federico»,
come si firmava allora: di lì a quattro anni avrebbe abbandonato la satira
per il cinema, diventando celebre anche con il cognome, Fellini. Ma intanto
era dal '39, giovanissimo, che si guadagnava da vivere disegnando e
pubblicando raccontini surreali. Una scelta di questi ultimi (dal Marc’Aurelio)
è stata pubblicata l'anno scorso a cura di Claudio Carabba (F. Fellini,
Racconti umoristici, Einaudi), mentre i lavori più propriamente grafici
sono ora al centro di Fellini Satyricon Politikon (ed.
Unmondoaparte, pp. 93, e10), un volumetto dello storico della satira Angelo
Olivieri - figliato da una mostra di undici anni fa - che riproduce anche
un'intervista inedita al Maestro registrata nel 1981.
Quella del Travaso è indubbiamente la fase più graffiantemente
satirica di Fellini (che a Olivieri confessa di preferire l'umorismo: «una
conquista di natura psicologica», un'evoluzione del rapporto con le cose
consistente nel «sapersi mettere di fianco» e guardare la realtà con
distacco), ma non è solo con i comunisti che si esercitava la sua vis. Negli
stessi anni, con equanime matita, il futuro regista fustigava il Pli
colpevole di non pagare quanto dovuto ai redattori di Risorgimento
liberale, mentre nei racconti usciti sull'effimero Pinco Pallino
metteva alla berlina, sotto la maschera pelosa del Signor Carlo, lo
zelo rapace di una classe dirigente democristiana che ovunque allungava le
mani con il pretesto della «ricostruzione!». E prima ancora, negli anni del
Marc’Aurelio (e della guerra), aveva preso blandamente di mira, per ordini
di scuderia, gli inglesi e gli americani e i sovietici («Churchill primo e
ultimo primo ministro d'Inghilterra», Martin Eden iettatore: cose così), ma
anche le difficoltà di casa nostra, nonostante la retorica di regime («Sono
completamente rovinato». «Anche io ho comprato un etto di lenticchie!»).
Insomma è vano iscrivere il giovane Fellini a questo o quel partito. Le sue
prove umoristico-satiriche sono l'espressione di uno spirito irregolare e
corrosivo, qua e là l'incunabolo dei geniali cortocircuiti che avrebbe
prodotto sullo schermo. Ed è una esercitazione per cinefili riconoscerne le
tracce, dalla Strada ai Vitelloni, da Roma a
Amarcord.
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