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VIOLA Dino “E ricordate che se muoio io, muore anche la Roma!”, affermò, probabilmente consapevole di essere gravemente malato. Un presidentissimo. Fu lui a rilevare la Roma, ormai fallimentare, dell’era Anzalone (il 16 maggio 1979), e a riportarla ai grandi fasti del campionato e dell’Europa, con una sfortunata finale di Coppa dei Campioni. Grande Dino, uomo tutto d’un pezzo, innamorato da sempre dei colori giallorossi. Giocava nei ragazzi di Burgess a Campo Testaccio e il suo amico Silvio Piola lo portò alla Lazio per un provino, ma non poté esprimersi ad alti livelli, c’era la Roma nel suo cuore. Lui, che a solo otto anni, sceso dal treno seguì un gruppo di tifosi con bandiere e vessilli e si ritrovò a Testaccio. Laureato in ingegneria industriale meccanica presso l’Università di Roma, sua città d’adozione, aprì nel dopoguerra uno stabilimento di apparecchiature meccaniche a Castelfranco Veneto. Vice Presidente dell’era Marchini, consigliere, presidente anche del Palestrina, con Amos Cardarelli in panchina da allenatore. Fu lui a riportare lo scudetto nella capitale, dopo più di quarant’anni. Famoso anche per la sua fine dialettica, la sua diplomazia e cortesia, e la sua ironia, un linguaggio che fu soprannominato il “violese”. L’ingegnere (ricordate Barzan, l’altro “ingegnere” giallorosso?) in un libro di Ezio De Cesari, così definisce la “sua” Roma scudettata: Tancredi: modestia; Nela: potenza; Vierchowod: velocità; Ancelotti: volontà; Falçao: personalità; Maldera: esperienza; Conti: fantasia; Prohaska: intuito; Pruzzo; testa: Di Bartolomei: tiro; Iorio: guizzo. Che fotografo! Il Presidente che aveva fatto della squadra la sua seconda famiglia. La leggenda vuole che si recasse a Trigoria, ogni sera, per spegnere le luci. Un mito. (Alberto Pallotta e Angelo Olivieri) |
"MAGICA ROMA - storia dei 600 uomini giallorossi"