

mauro di francesco:
un comico per duetti "tremendi"
È vero che ha debuttato nello spettacolo da giovanissimo, anzi da bambino?
Sì, avevo cinque anni ed ero con mio padre in un teatro che stavano allestendo a studio televisivo. Un tipo vestito da mago chiese a mio padre: “Chi è questo bel bambino?”, riferendosi a me. E così mi ritrovai sul palco del Teatro dell’Arte di Milano al fianco di Cino Tortorella, il mitico Mago Zurlì. E da lì iniziò la mia carriera artistica fatta di teatro, cinema, cabaret. Ma, sai, lo spettacolo era una cosa molto presente nella mia famiglia perché mio padre lavorava per la Rai, che aveva affittato il Teatro dell’Arte, ed anche mio nonno era capocomico di operette.
Prima di arrivare al Derby quindi aveva già avuto modo di costruire una carriera piuttosto solida e, se non sbaglio, il cabaret l’aveva già affrontato ne Il refettorio…
Sì, lavorando in televisione conobbi Umberto Simonetta, uno scrittore, che allora stava con l’attrice Livia Cerini. Umberto ha scritto per me una commedia che abbiamo rappresentato al Sant’Erasmo. In effetti erano due commedie, ciascuna di un atto. Una si intitolava Un lancio riuscito proprio bene e l’altra… non mi ricordo. Quindi sono andato al Teatro dell’Arte a fare Realpolitic per la regia di Arturo Corsi e fu lì che conobbi la Cerini. Dopodiché mi hanno arruolato ed il servizio militare mi ha sottratto dall’ambiente dello spettacolo per ben quindici mesi. Il mio rientro a Milano coincise con la fortuna del Derby perché di lì già passavano Toffolo, Villaggio, Cochi e Renato…
Siamo alla fine degli ’60…
Sì, più o meno… credo nel ’70-’71. Appena tornato dal militare Simonetta mi disse che stava andando molto il cabaret e che aveva scritto dei testi per me e sua moglie, e da lì facemmo Il refettorio.
Il Derby era l’unico cabaret a Milano?
No, c’era anche La Bullona, un altro locale milanese.
Quando è approdato al Derby?
Dopo Il refettorio facemmo un altro paio di spettacoli di questo tipo. In uno c’era anche Maurizio Micheli, e soltanto dopo abbiamo deciso di presentarci al Derby, che stava diventando il tempio del cabaret. Lo gestiva lo zio di Diego, Gianni Bongiovanni, mentre la mamma faceva la guardarobiera.
Il primo spettacolo che ha fatto è stato La tappezzeria?
No, il primo l’ho fatto da solo con la Cerini ed eravamo rimasti in cartellone per una settimana. Poi Bongiovanni, al quale ero simpatico, mi suggerì di scrivermi uno spettacolo per me stesso. “Poi vieni qui, me lo fai vedere e vediamo com’è!” mi disse. Tornai a Roma, perché in quel periodo abitavo lì, e scrissi Il bambino. Era la storia di un bambino di terza elementare che però si esprime con un linguaggio da ventenne. Nella cartella avevo un vibratore, mezzo chilo di “pakistano reggiano”, un mitra, una rivoltella, una busta enorme di cocaina, e usavo un linguaggio molto strafottente, con una voce in falsetto… questa cosa piacque moltissimo. E così tornai al Derby con questo personaggio. Ognuno lì faceva il proprio spettacolo: c’era il mio, quello di Boldi e Teocoli, quello di Faletti… tutte queste esibizioni, insieme, formavano la serata. Ma ormai eravamo talmente in sintonia che alla fine si interagiva molto, quindi io potevo partecipare al numero di Faletti, o a quello di Boldi.
Abatantuono faceva già il suo spettacolo?
No, no. Però si esibivano I gatti di Vicolo Miracoli che erano molto amici di Diego. Lui faceva per loro il tecnico delle luci. Diego era bellissimo, lo è ancora ma prima era alto, magrissimo… io e lui eravamo quelli che cuccavamo di più! (ride) Non so se per pigrizia o cosa, Diego non aveva ancora preso la patente, e una sera me lo vedo lì al Derby, col musone. Si lamentava del fatto di non poter guidare e non potersi muovere come voleva insieme a I gatti. In quel periodo io lì facevo Il bambino così gli suggerii di salire sul palco con me. Insomma, la prima sera, durante il mio numero, lui faceva tre minuti, la seconda cinque, la terza quindici… dopo dieci giorni lui faceva cinquanta minuti e io quaranta (ride).
Come si gestisce un nuovo attore entrato così, quasi per caso, in un’esibizione? Improvvisavate molto?
Quando Diego ha debuttato era tutto improvvisato. Forse un paio di ore prima, seduti al bancone del bar, avevamo preso qualche accordo, ma non sapevamo cosa avremmo detto. La prima sera che è salito sul palco facevamo la parodia di Diabolik e Eva Kent. Io avevo già un travestimento da donna, perché facevo questo personaggio della vecchia romagnola comunista e partigiana. Allora dissi a Diego “Quando faccio questo personaggio tu vieni su e facciamo qualcosa!” Diego aveva degli occhi bellissimi, quindi li tirava e truccava ancor di più e si mascherava da Diabolik. Poi usciva sul palco e mi chiamava “Evaaaa, Evaaa… dove sei?” E io, che facevo Eva che parlava in romagnolo, rispondevo “Sono qui, al rifugio 81!” Da lì è nata la sua carriera artistica da comico.
L’improvvisazione consisteva anche nell’interagire col pubblico…
Ma guarda… Diego, I gatti, me, Boldi, Teo… non li potevi fregare con la battuta! Se qualcuno del pubblico diceva qualcosa Diego era capace, improvvisando, di seppellirlo di battute. Lo massacrava pur non essendo mai stato su un palco. Era di una simpatia incredibile. Non so dirti qual è il segreto, ma ciò che era tangibile è che avevamo un enorme senso della battuta immediata, del botta e risposta.
Già quando si esibiva con lei Abatantuono faceva il personaggio del terrunciello?
Sì, ma quello è nato pian piano. Già quando era con me sul palco aveva questa cadenza particolare molto pronunciata “senti belllooo!” Poi ha iniziato a scrivere il proprio copione del terrunciello e ha completato la maschera indossando un impermeabile bianco e portando con sé una bacchetta da direttore d’orchestra. Usciva dicendo “Ciuccia il prosciuttello! Ciuccia il prosciuttello!” naturalmente coinvolgendo quelli seduti nelle prime file. E così faceva il suo spettacolo di quaranta, cinquanta minuti. Con quel personaggio è divenuto famoso. La sua notorietà si è ampliata col passaparola a causa della sua parlata, della sua comicità.
… continua…
(Andrea Pergolari e Paolo Fazzini)
