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DI BARTOLOMEI Agostino Stagione Serie Pres. Reti
“Non mi sento una bandiera perché una bandiera è come se fosse in cassa integrazione…” , disse una volta Agostino, lui che della Roma era un simbolo indiscusso. Agostino di Tor Marancia, che il padre seguì fin dai tempi dell’oratorio “San Filippo Neri” alla Garbatella. Scopigno lo adorava, Liedholm attese la sua maturazione e poi lo adorò anche lui (paragonandolo a Dino Sani). Regista di stampo cordoviano, introverso e schivo, fu mandato al L.R. Vicenza in cambio di 150 milioni di lire. La Roma, per riprenderselo, ne sborsò 180. Cresciuto calcisticamente nel NAGC dell’O.M.I., fu portato giovanissimo alla Roma da Camillo Anastasi. E nella primavera vinse tutto. Per quelli della mia generazione è “il mio capitano”, e con la “c” maiuscola. “Diba”, che quando batteva le punizioni ne anticipavamo la bomba con un simpatico coro che inneggiava al nome di “Agostino gol”. Il capocannoniere della “Rometta”, con quei lunghi lanci con cui tagliava in lungo e in largo il terreno di gioco con una precisione da architetto. Un difetto: era un po’ lento e Liedholm ebbe anche il coraggio di schierarlo da libero. Durante un match con la Sampdoria, lo vidi arrancare faticosamente dietro a un guizzante Mancini. Tra i suoi soprannomi c’era anche quello di “Ninnaò” (per alcuni sembrava che dormisse a centrocampo)… Ma la sua grinta e il suo carattere (altro pseudonimo: Caligola) ne facevano un autentico trascinatore. Chiudo gli occhi e lo vedo esultare dopo un gol all’Avellino, un gol pesante, da scudetto sulla maglia. Quello scudetto che tornò dopo più di quarant’anni, anche grazie a lui. Agostino e l’inseparabile Marisa. Se ne andò al Milan insieme al barone Liddas, dopo la sfortunata notte di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, disamorato e un po’ rancoroso nei confronti della sua amata, ormai ex, squadra (si vocifera anche di un grande litigio con Falcao, negli spogliatoi, reo di non aver voluto battere uno dei rigori finali), ci segnò un gol, con un’esultanza che la diceva lunga e al ritorno si beccò un paio di schiaffoni da Ciccio Graziani, perché voleva fare un offensivo giro di campo con i suoi nuovi compagni. Poi il Cesena, la Salernitana… e la pace mai fatta con la società giallorossa. Lui, tifoso come pochi. Infine il suicidio, con un colpo al petto… Agostino, senza approfondire i perché del tuo gesto, sarai sempre nei nostri cuori! L’unico calciatore, credo di sempre, a essere in possesso di due lauree. Cinque presenze in Under 23 e 11, con 9 reti, in nazionale giovanile. Troppo schivo per la nazionale maggiore. Forte anche la concorrenza con Giancarlo Antognoni. Eri una bandiera, la cassa integrazione non c’entra nulla. E citando il celebre striscione:”Niente parole… solo un posto in fondo al cuore. Ciao Ago!”. Gli hanno di recente dedicato una via. Tosatti lo definì “un campione troppo solo”. Cinquantadue partite e quattordici gol in Coppa Italia; otto partite e un gol in Coppa dei Campioni (il rigore al Dundee); quattro presenze in Coppa delle Coppe; 13 presenze e una rete in Coppa U.E.F.A.. (Alberto Pallotta e Angelo Olivieri) |
"MAGICA ROMA - storia dei 600 uomini giallorossi"